Le donne tendono a giustificare il loro potere. Ma perché si sentono obbligate a farlo?
Dalle interviste a diverse donne di spettacolo che hanno raggiunto una posizione autorevole nel loro settore, magari dopo anni di duro lavoro, sembra emergere un concetto ricorrente, così riassumibile: “Sono riuscita a farmi strada nel lavoro, ma la mia vera ambizione è sempre stata quella di essere moglie e madre”.
Come se tutta la fatica fatta e le energie impiegate nel lavoro fossero solo un modo come un altro per passare il tempo nell’attesa di raggiungere il “vero obiettivo”.
L’argomentazione sembrerebbe non molto solida, non perchè si intenda sminuire il lavoro di moglie e madre, ma perché, stando così le cose, non è chiaro cosa abbia spinto queste donne a lottare per la propria carriera.
Se da un lato questo genere di affermazione potrebbe essere giustificato tenendo in considerazione il fatto che, crescendo, un individuo tende ad identificare con maggior precisione quali sono le proprie priorità, dall’altro, bisogna considerare le numerose voci femminili che lamentano difficoltà non indifferenti sulla strada dell’affermazione lavorativa di una donna.
Sottovalutate, trattate con sufficienza o, nella migliore delle ipotesi, con paternalismo, le giovani donne che cercano di affermarsi o anche solo fare bene il proprio lavoro (e far sì che la loro bravura venga riconosciuta) sottolineano trattamenti discriminanti, spesso legati più ad un sistema culturale radicalmente maschilista che ad una precisa volontà discriminatoria.
Forse, è questo stesso sistema culturale a spingere molte donne di successo a doversi giustificare o a sentirsi in colpa per i traguardi raggiunti.