Qualche tempo fa un mio amico mi spiegava di come fosse
radicalmente cambiato il suo rapporto con le donne da quando era passato da un
approccio “source oriented” ad uno “target oriented”.
Questa teoria ha destato molto interesse in tutte le persone
a cui l’ho descritta, diventando di fatto la sintesi del passaggio dall’era
adolescenziale –sentimentalmente parlando- a quella adulta.
Ma allora perché, se siamo diventati così bravi a fare elucubrazioni,
elaborare teorie e dare definizioni sulle relazioni, spesso ci troviamo
invischiati in dinamiche da teenager anche se abbiamo più di trent’anni?
Perché, se sei dolce come uno yogurt andato a male e la tua
cattiveria è seconda solo a quella di Satana, ti scegli uno che raccoglie
cuccioli abbandonati e ospita senzatetto, che non puoi nemmeno mandare a quel
paese liberamente senza sentirti come uno di quei cacciatori che prende le
foche a bastonate in testa?
Perché, al contrario, se sei una principessa Disney ti
scegli un disgraziato che nemmeno “cattivissimo me”, che ti riduce il cuore a
losanghe che neanche un quadro di Picasso?
Cosa ci impedisce di essere “source oriented” quando scegliamo
un partner e “target oriented” quando dobbiamo scegliere come amare?
Perché poi il problema in una relazione è anche quello,
ovvero, cosa decidi di dare/condividere/offrire all’altro. Spesso mettiamo
tutta la nostra energia nell’aiutare chi ci sta accanto a fare qualcosa che
preferirebbe fare in autonomia e non ci rendiamo conto che quello che in realtà
desidera o di cui ha bisogno è altro.
Come quando si fanno i regali. Esistono due categorie di
persone: quelle che pensano a cosa vorrebbero ricevere loro e quelle che
pensano a cosa vorrebbe ricevere il destinatario del dono. Entrambe le
categorie non sono immuni dal commettere errori –infatti ho scatole piene di
oggetti di cattivo gusto regalati con le migliori intenzioni- ma il punto è che
sono due filosofie diverse.
Credo che a fregarci sia la discordanza tra quello che
pensiamo di volere e quello che ci serve o che vogliamo davvero.
Se è vero che caratteri diversi possono dar luogo a fenomeni
di compensazione e arricchimento reciproco, è anche vero che comunicare,
capirsi e restare sulla stessa lunghezza d’onda può risultare davvero difficile
quando si muove da presupposti molto diversi perché se, per esempio, uno
ascolta Gigi D’Alessio e l’altro i Korn, sarà matematicamente impossibile
trovare un modo di conciliare le due posizioni.
Poi ci sono le aspettative, quello che ci hanno insegnato a
credere come “giusto” e “normale”, lo stile di vita da seguire e, di
conseguenza, il tipo di persone da frequentare e il partner da scegliere; tutto
quello che viene da fuori, insomma.
Ecco, l’insieme di tutte queste variabili rende la scelta di
un partner, ma anche solo delle amicizie, insopportabilmente complessa e,
lascia, a mio avviso, davvero poco spazio alla linearità dei ragionamenti in
cui vogliamo far rientrare gli eventi che ci accadono o i sentimenti che
proviamo. Etichettare e inscatolare può essere utile a fare chiarezza dentro di
noi, ma di rado potrà davvero sintetizzare la molteplicità di elementi che
concorrono a creare anche il più semplice dei sentimenti.