venerdì 5 dicembre 2014

Source Oriented vs Target Oriented

Qualche tempo fa un mio amico mi spiegava di come fosse radicalmente cambiato il suo rapporto con le donne da quando era passato da un approccio “source oriented” ad uno “target oriented”.

Questa teoria ha destato molto interesse in tutte le persone a cui l’ho descritta, diventando di fatto la sintesi del passaggio dall’era adolescenziale –sentimentalmente parlando- a quella adulta.

Ma allora perché, se siamo diventati così bravi a fare elucubrazioni, elaborare teorie e dare definizioni sulle relazioni, spesso ci troviamo invischiati in dinamiche da teenager anche se abbiamo più di trent’anni?

Perché, se sei dolce come uno yogurt andato a male e la tua cattiveria è seconda solo a quella di Satana, ti scegli uno che raccoglie cuccioli abbandonati e ospita senzatetto, che non puoi nemmeno mandare a quel paese liberamente senza sentirti come uno di quei cacciatori che prende le foche a bastonate in testa?
Perché, al contrario, se sei una principessa Disney ti scegli un disgraziato che nemmeno “cattivissimo me”, che ti riduce il cuore a losanghe che neanche un quadro di Picasso?

Cosa ci impedisce di essere “source oriented” quando scegliamo un partner e “target oriented” quando dobbiamo scegliere come amare?

Perché poi il problema in una relazione è anche quello, ovvero, cosa decidi di dare/condividere/offrire all’altro. Spesso mettiamo tutta la nostra energia nell’aiutare chi ci sta accanto a fare qualcosa che preferirebbe fare in autonomia e non ci rendiamo conto che quello che in realtà desidera o di cui ha bisogno è altro.
Come quando si fanno i regali. Esistono due categorie di persone: quelle che pensano a cosa vorrebbero ricevere loro e quelle che pensano a cosa vorrebbe ricevere il destinatario del dono. Entrambe le categorie non sono immuni dal commettere errori –infatti ho scatole piene di oggetti di cattivo gusto regalati con le migliori intenzioni- ma il punto è che sono due filosofie diverse.

Credo che a fregarci sia la discordanza tra quello che pensiamo di volere e quello che ci serve o che vogliamo davvero.
Se è vero che caratteri diversi possono dar luogo a fenomeni di compensazione e arricchimento reciproco, è anche vero che comunicare, capirsi e restare sulla stessa lunghezza d’onda può risultare davvero difficile quando si muove da presupposti molto diversi perché se, per esempio, uno ascolta Gigi D’Alessio e l’altro i Korn, sarà matematicamente impossibile trovare un modo di conciliare le due posizioni.

Poi ci sono le aspettative, quello che ci hanno insegnato a credere come “giusto” e “normale”, lo stile di vita da seguire e, di conseguenza, il tipo di persone da frequentare e il partner da scegliere; tutto quello che viene da fuori, insomma.

Ecco, l’insieme di tutte queste variabili rende la scelta di un partner, ma anche solo delle amicizie, insopportabilmente complessa e, lascia, a mio avviso, davvero poco spazio alla linearità dei ragionamenti in cui vogliamo far rientrare gli eventi che ci accadono o i sentimenti che proviamo. Etichettare e inscatolare può essere utile a fare chiarezza dentro di noi, ma di rado potrà davvero sintetizzare la molteplicità di elementi che concorrono a creare anche il più semplice dei sentimenti.


giovedì 13 marzo 2014

la sindrome del "ti prendo e ti porto via"

Mi rendo conto che certe volte faccio proprio cose senza senso. Nonostante anni di studi, viaggi, esperienze formative o pseudo tali, ci ricasco sempre. Mi infilo in situazioni di melma o mi ci ritrovo mio malgrado e mi aspetto che sia qualcun altro a tirarmi fuori.
Però nella vita non funziona così. Io la chiamo "la sindrome della Disney" o del "ti prendo e ti porto via", per cui c'è sempre un principe azzurro a salvarti dal tuo torpore o un deus ex machina a scuoterti e darti la soluzione per svoltare la situazione in cui ti trovi. Lo ripeto: nella vita non funziona così. E faremmo meglio a ricordarcelo.
La festa di compleanno a sorpresa organizzata dal tuo lui che aspetti da anni? Fattela da sola, così almeno sei sicura che la torta sarà al gusto che piace a te e non al caramello e mashmallow che poi ti viene il diabete. Sai che non dimenticherà di invitare la tua amica che non gli piace e non prenoterà in quel locale dove trasmettono la Champions. Il regalo di Natale pazzesco che desideri? Non aspettare che sia tua sorella a fartelo. Compratelo tu e non aspettare dicembre.
Insomma, meno aspettative e più azione, perché quello che vogliamo così potrebbe non arrivare mai o, peggio, potrebbe arrivare quando ormai non sappiamo più cosa farcene. 
Ho sempre pensato che grandi aspettative causano enormi delusioni e, in fondo, rapporti umani scevri da dinamiche do-ut-des potrebbero anche risultare più semplici da gestire.

lunedì 10 febbraio 2014

Rivendico il mio diritto a vestirmi male!

Molti canali televisivi trasmettono svariati programmi che si propongono, in modo più o meno serio, di dare consigli su come vestirsi. Messa in questo modo, sembra quasi si tratti di servizio pubblico. In effetti, non la considero una prerogativa sbagliata, quello che mi fa riflettere sono le modalità in cui questi consigli sono veicolati.
Se da un lato è vero che esistono persone a cui manca totalmente il gusto nel vestire o si caratterizzano per abbinamenti improbabili, colori e forme che danno le convulsioni e tessuti ai limiti della legalità, se è anche vero che in qualche caso ci si possa imbattere in schizofreniche mise che non tengono conto dell'età di chi le indossa, è innegabile che, spesso, un capo di abbigliamento non proprio azzeccato possa diventare l'elemento distintivo di una persona o che, nonostante la totale assenza di buon gusto nel vestire, molte persone restano terribilmente affascinanti.
Tutti elementi che non vengono minimamente presi in considerazione da questi programmi, in cui i conduttori impongono i loro gusti -spesso opinabili- al malcapitato di turno. In questo modo si annichilisce ogni residua possibilità di distinguersi e di far emergere la propria personalità.
La cosa che più mi turba di questi programmi è la violenza, sebbene tutto si giochi sullo scherzo, con cui i conduttori si rivolgono ai partecipanti... se potessero, li picchierebbero!
Ora, è evidente che si tratti di un parossismo televisivo, ma siamo sicuri che questo genere di atteggiamento nei confronti di chi non è considerato "cool" non venga preso alla lettera dai vari "fashion victim"? Forse questa ricerca estenuante della perfezione esteriore e dell'omologazione non fa altro che rosicchiare via tutta la parte divertente di quell'attività che tutti compiamo quotidianamente quando la mattina apriamo l'armadio e cerchiamo qualcosa che mostri il nostro stato d'animo. Magari, la prossima volta, meglio un po' meno victim e un po' più funny.

giovedì 6 febbraio 2014

L'insostenibile leggerezza dell'incomunicabilità

Ho capito che per comprendersi  non basta parlare la stessa lingua. E non sto parlando di cose profonde, come entrare in empatia con chi ti circonda o mostrare sensibilità per gli altri. Intendo proprio dire che, sebbene si parli la stessa lingua, molto spesso non si riesce a capire quello che l'interlocutore dice.
A me capita spesso con le persone che bazzicano il mio luogo di lavoro, ma si tratta per lo più di persone poco istruite che, più si sforzano di parlare in modo forbito, più farfugliano suoni incomprensibili e frasi senza senso. La normale conseguenza di questi avvenimenti: comparsa di facce sbigottite, occhi che si strizzano cercando di carpire il significato leggendo il labiale e conseguente inevitabile fallimento nel capire una sola parola.
Pensavo di essermi rassegnata, ma mi riesce difficile farlo quando l'incomprensibilità giunge là dove meno te lo aspetti: nella conversazione con il collega dell'ufficio accanto. Sembra uguale a te, si veste come te, avete fatto studi simili e anche le vostre vite sembrano le stesse. Magari abbassi la guardia perché pensi che non avrai difficoltà a sostenere una conversazione con lui ed è a quel punto che giunge l'imprevedibile: iniziate a parlare, dalle bocche di entrambi escono frasi in italiano corretto, a prima vista sembra tutto filare liscio, ma...
- Mi serviva un'informazione
- dimmi
- avrei bisogno di una copia di questo modulo in bianco
- io non ce l'ho
- ma come, non sei tu che lo compili?
- No, io inserisco solo i dati che trovo riportati sul modulo, ma non sono io a compilarlo.
- Ma quando tu lo compili la mattina...
- Non lo compilo io
- Sì, MA-QUANDO-LA- MATTINA -LO-COMPILI
A questo punto hai gli occhi iniettati di sangue, ti manca l'ossigeno e ti gira la testa
- NON-COMPILO-IO-QUESTO-MODULOOOOOOO, lo vuoi capire o no?!
E lui ti guarda con la faccia intenerita, come se si stesse rivolgendo ad una bambina di 4 anni che non capisce quello che le stai spiegando, e ti risponde articolando lentamente:
- Ma dato che sei tu a compilare il modulo...
- Vado un attimo in bagno a vomitare, torno subito
Scene di ordinaria idiozia sul luogo di lavoro.
Non basta parlare la stessa lingua per comprendersi. Fondamentalmente, per capirsi, bisogna capirsi.

domenica 2 febbraio 2014

Vecchie, care abitudini

Ne parlo giusto perché mi sembra quasi un dovere morale, ma non nego che sia davvero penoso dover ritornare ancora una volta ad indignarsi per fatti che accadono ancora e ancora.
Mi riferisco agli attacchi che alcune politiche (donne) siano spesso costrette a subire da colleghi (uomini) e non solo.
Il punto è che non dovrebbe importare se dici scemenze colossali o perle di saggezza, chiunque abbia idee diverse, anche diametralmente opposte, non è autorizzato in nessun caso a buttarla sull'insulto di carattere sessuale. Cosa vuol dire, se non ti piace quello che dico ma non hai argomentazioni sufficientemente forti per controbattere, allora mi insulti dandomi della donnaccia?
La cosa ancora peggiore, se possibile, è che questa è un'abitudine talmente radicata che sembra normale persino a dei parlamentari insultare delle colleghe sul piano sessuale. La domanda è una sola: perché non si sentono in diritto di farlo anche con i colleghi uomini? Non mi auspico che ciò accada, ma è sconfortante vedere che certe care, vecchie abitudini siano così dure a morire.