L’altro giorno chiacchieravo con una mia collega durante la
pausa pranzo. Gli argomenti che tocchiamo di solito sono estremamente femminili:
revisione e bollo auto, consumi medi autoveicoli a benzina, statistiche sulla
proliferazione dei batteri nel cibo e altre tematiche che si possono trovare su
qualsiasi rivista per signore.
Nella fattispecie, la discussione dell’altro giorno
riguardava le diverse manovre da effettuare per ottenere un parcheggio
perfetto. Infatti, a discapito dei vari luoghi comuni, le mie colleghe ed io
siamo tutte ottime guidatrici, prudenti ed esperte, ma con il pallino del
parcheggio, perché è da lì che si vede la vera bravura.
Dopo aver snocciolato trucchi e segreti per il parcheggio
perfetto, siamo venute alla volta degli aneddoti che, il più delle volte,
inspiegabilmente, vertevano su commenti di vario genere fatti da signori uomini
al nostro indirizzo. Quello che è emerso è che sembra proprio che ci sia una
categoria di maschi che proprio non sopporta l’idea che anche le donne siano in
grado di guidare in modo decente o che, meglio, la percentuale di imbranati al
volante sia pressoché la stessa per entrambi i sessi.
Questi signori stanno lì sul marciapiede aspettando che
arrivi una donna a parcheggiare per poi criticare anche la più perfetta delle
manovre o a stupirsi –ghignando- di imperfezioni che, se fossero state commesse
da un uomo, non avrebbero nemmeno notato.
Appiccicano il loro pregiudizio a tutto quello che trovano
in giro, a prescindere dalla pertinenza della loro associazione di idee. Fanno
un po’ come quei bambini che cercano a tutti i costi di mettere il tassellino
cubico nel foro sferico. Non ci entrerà mai, è ovvio, ma le loro capacità
cognitive non sono ancora abbastanza sviluppate per capirlo.
Ma fin qui nulla di nuovo. Ci siamo tutte più o meno
abituate ad essere criticate quando non sbagliamo, aiutate quando non ne
abbiamo bisogno e capite quando non cerchiamo comprensione.
Quello che più mi ha fatto riflettere durante questa conversazione
è stata la mia considerazione successiva, ovvero, che mi viene sempre
un’inspiegabile ansia da prestazione quando parcheggio. Magari nessuno mi nota,
ma io mi sento come il giorno dell’esame di guida; come se da quella manovra
dipendesse il mio esame o come se ci fosse una giuria pronta ad alzare le
palette per valutare il mio esercizio. Tutto perché non vorrei mai che un mio
errore potesse confermare la stupida tesi sulle donne incapaci al volante.
Il più delle volte parcheggio senza problemi e, soprattutto,
nessuno è mai così interessato a quello che faccio, ma io mi beo delle manovre
ben eseguite al primo tentativo e mi innervosisco terribilmente se questo non
accade.
Allora mi chiedo se forse il mio pregiudizio non sia
peggiore di quello del commentatore da marciapiede. Perché magari a lui sarà
anche sfuggito qualche parcheggio (non credo stia sul marciapiede a guardare i
parcheggi per mestiere), mentre io mi autoinfliggo questa punizione ogni
singola volta che penso che qualcuno mi guardi.
Sarà l’orgoglio che mi porta ad avere manie perfezioniste o
il pregiudizio che si è radicato anche in me a spingermi verso queste tendenze
psicotiche?