mercoledì 18 febbraio 2015

How to: gestire i successi

L’altro giorno riflettevo su un aspetto della vita quotidiana di tutti noi (mi piace usare termini assolutistici): ci si prepara a gestire gli insuccessi (personalmente potrei scrivere un’enciclopedia), ma non si fa l’opposto. Ovvero, quante volte abbiamo riflettuto su come gestire i -pochi e rarissimi per quanto mi riguarda- successi personali? Neanche una.

No, non ho sbattuto la testa; credo davvero che siamo più pronti a gestire un rifiuto che un consenso, un insulto ad un complimento, semplicemente perché il più delle volte ci prepariamo psicologicamente al peggio, ma se poi le cose vanno finalmente come desideriamo non sappiamo come reagire.

Ho fatto una rapida statistica tra le persone che mi stanno attorno partendo da me (sempre per dare un taglio scientifico alle mie argomentazioni) ed è emerso che:
-         la mia collega si sente in colpa per aver ricevuto un aumento;
-         una mia amica perde il dono della favella quando qualcuno le fa un complimento;
-         io non ho mai capito quando piaccio a qualcuno perché mi sembra un’opzione inverosimile.

Per rispondere a quello che vi state chiedendo: sì, mi circondo solo di disadattati e, ancora, sì, sono così scema poco perspicace come sembra.
Nonostante tutto, però, rifuggo dall’autocommiserazione e cerco una spiegazione, non dico scientifica (figuriamoci!), ma almeno plausibile al fenomeno descritto sopra.

Potrebbe sembrare tutto riconducibile a insicurezza e scarsa autostima, eppure le cose belle accadono, anche quando non le cerchiamo, anche quando non sembra che abbiamo fatto qualcosa per meritarcele. Magari è solo questione di imparare a vivere gli eventi per quello che sono, senza cercare di contestualizzarli, analizzarli e scoprirne cause ed effetti, forse così sarebbe più semplice accettare anche le cose che vanno male.

venerdì 6 febbraio 2015

Deliberatamente accidentale

Oggi mi sento un po’ linguista, un po’ filologa, quindi, ho inforcato gli occhiali ed ho aperto il dizionario (la mia fonte di cultura per antonomasia).
Ho cercato la definizione di “coincidenza”, una parola che uso spesso ultimamente per riferirmi ad avvenimenti, fenomeni e circostanze che ho il piacere di trovarmi sotto il naso piuttosto di frequente.
La definizione che ho trovato è la seguente:

1. il coincidere, concomitanza spesso casuale di più circostanze
2. identità, consonanza
3. corrispondenza d’orario tra l’arrivo in una località di un mezzo di trasporto pubblico e la partenza di un altro

Appare subito evidente quanto le tre definizioni discordino tra loro. Oppure no?
Quanto c’è di “casuale” e “fortuito” in quelle che definiamo comunemente coincidenze?
Eventi affini -apparentemente senza alcuna motivazione- possono, invece, essere collegati da una relazione più simile a quella che lega lo scambio fra treni che una fortuita casualità.

Senza scomodare Jung, mi viene da pensare a quella volta in cui ho incontrato un tipo che mi piaceva lungo un tragitto che facevo tutti i giorni a quell'ora, ma nell'unico giorno in cui sembravo una gattara; oppure quell'unica volta in cui ho lasciato il cellulare a casa e ho bucato uno pneumatico andando a lavoro (ovviamente, anche la ruota di scorta era inutilizzabile).


Non c’è niente di più strano delle coincidenze, noi vogliamo continuare a pensare –o ci fa comodo farlo- che siano frutto del caso, mentre si tratta di corrispondenze ordinate fra treni che potrebbero non incontrarsi di nuovo.