L’altro giorno riflettevo su un aspetto della vita
quotidiana di tutti noi (mi piace usare termini assolutistici): ci si prepara a
gestire gli insuccessi (personalmente potrei scrivere un’enciclopedia), ma non
si fa l’opposto. Ovvero, quante volte abbiamo riflettuto su come gestire i
-pochi e rarissimi per quanto mi riguarda- successi personali? Neanche una.
No, non ho sbattuto la testa; credo davvero che siamo più
pronti a gestire un rifiuto che un consenso, un insulto ad un complimento, semplicemente
perché il più delle volte ci prepariamo psicologicamente al peggio, ma se poi le
cose vanno finalmente come desideriamo non sappiamo come reagire.
Ho fatto una rapida statistica tra le persone che mi stanno
attorno partendo da me (sempre per dare un taglio scientifico alle mie
argomentazioni) ed è emerso che:
-
la mia collega si sente in colpa per aver ricevuto un
aumento;
-
una mia amica perde il dono della favella quando
qualcuno le fa un complimento;
-
io non ho mai capito quando piaccio a qualcuno perché
mi sembra un’opzione inverosimile.
Per rispondere a quello che vi state chiedendo: sì, mi
circondo solo di disadattati e, ancora, sì, sono così scema poco
perspicace come sembra.
Nonostante tutto, però, rifuggo dall’autocommiserazione e
cerco una spiegazione, non dico scientifica (figuriamoci!), ma almeno
plausibile al fenomeno descritto sopra.
Potrebbe sembrare tutto riconducibile a insicurezza e scarsa
autostima, eppure le cose belle accadono, anche quando non le cerchiamo, anche
quando non sembra che abbiamo fatto qualcosa per meritarcele. Magari è solo
questione di imparare a vivere gli eventi per quello che sono, senza cercare di
contestualizzarli, analizzarli e scoprirne cause ed effetti, forse così sarebbe
più semplice accettare anche le cose che vanno male.
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