venerdì 6 febbraio 2015

Deliberatamente accidentale

Oggi mi sento un po’ linguista, un po’ filologa, quindi, ho inforcato gli occhiali ed ho aperto il dizionario (la mia fonte di cultura per antonomasia).
Ho cercato la definizione di “coincidenza”, una parola che uso spesso ultimamente per riferirmi ad avvenimenti, fenomeni e circostanze che ho il piacere di trovarmi sotto il naso piuttosto di frequente.
La definizione che ho trovato è la seguente:

1. il coincidere, concomitanza spesso casuale di più circostanze
2. identità, consonanza
3. corrispondenza d’orario tra l’arrivo in una località di un mezzo di trasporto pubblico e la partenza di un altro

Appare subito evidente quanto le tre definizioni discordino tra loro. Oppure no?
Quanto c’è di “casuale” e “fortuito” in quelle che definiamo comunemente coincidenze?
Eventi affini -apparentemente senza alcuna motivazione- possono, invece, essere collegati da una relazione più simile a quella che lega lo scambio fra treni che una fortuita casualità.

Senza scomodare Jung, mi viene da pensare a quella volta in cui ho incontrato un tipo che mi piaceva lungo un tragitto che facevo tutti i giorni a quell'ora, ma nell'unico giorno in cui sembravo una gattara; oppure quell'unica volta in cui ho lasciato il cellulare a casa e ho bucato uno pneumatico andando a lavoro (ovviamente, anche la ruota di scorta era inutilizzabile).


Non c’è niente di più strano delle coincidenze, noi vogliamo continuare a pensare –o ci fa comodo farlo- che siano frutto del caso, mentre si tratta di corrispondenze ordinate fra treni che potrebbero non incontrarsi di nuovo. 

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