Oggi mi sento un po’ linguista, un po’ filologa, quindi, ho
inforcato gli occhiali ed ho aperto il dizionario (la mia fonte di cultura per
antonomasia).
Ho cercato la definizione di “coincidenza”, una parola che
uso spesso ultimamente per riferirmi ad avvenimenti, fenomeni e circostanze che
ho il piacere di trovarmi sotto il naso piuttosto di frequente.
La definizione che ho trovato è la seguente:
1. il coincidere, concomitanza spesso casuale di più
circostanze
2. identità, consonanza
3. corrispondenza d’orario tra l’arrivo in una località
di un mezzo di trasporto pubblico e la partenza di un altro
Appare subito evidente quanto le tre definizioni discordino
tra loro. Oppure no?
Quanto c’è di “casuale” e “fortuito” in quelle che definiamo
comunemente coincidenze?
Eventi affini -apparentemente senza alcuna motivazione-
possono, invece, essere collegati da una relazione più simile a quella che lega
lo scambio fra treni che una fortuita casualità.
Senza scomodare Jung, mi viene da pensare a quella volta in
cui ho incontrato un tipo che mi piaceva lungo un tragitto che facevo tutti i
giorni a quell'ora, ma nell'unico giorno in cui sembravo una gattara; oppure
quell'unica volta in cui ho lasciato il cellulare a casa e ho bucato uno
pneumatico andando a lavoro (ovviamente, anche la ruota di scorta era
inutilizzabile).
Non c’è niente di più strano delle coincidenze, noi vogliamo
continuare a pensare –o ci fa comodo farlo- che siano frutto del caso, mentre
si tratta di corrispondenze ordinate fra treni che potrebbero non incontrarsi
di nuovo.
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