lunedì 20 aprile 2015

Perché l’università mi ha resa una persona migliore

Ho letto un articolo che sosteneva, con dati e statistiche, che a guadagnare di più non sono i laureati. Colpo di grazia per la già misera considerazione dell’istruzione in un Paese che non investe né nella scuola, né nella cultura in generale.

Eppure io davvero non riesco a considerare gli anni passati sui libri come inutili, non importa quanti sondaggi, statistiche o grafici mi sottopongano.

La penso così, principalmente, perché non ho mai visto lo studio, la scuola e la cultura come strumenti per ottenere un lavoro o guadagnare dei soldi. La scuola è effettivamente uno dei posti in cui si possono acquisire delle competenze ed una formazione che è possibile spendere in un impiego e, quindi, guadagnare dei soldi, ma credo che vederla così a senso unico sia davvero riduttivo.

Per quanto mi riguarda, farsi una cultura, non importa dove o come questo accada, è fondamentalmente una questione formativa, un modo imprescindibile per plasmarsi come individuo ed acquisire degli strumenti che ci permettano di stare al mondo con consapevolezza e non come balle di fieno pronte a spostarsi dove tira più forte il vento, tanto più che sono pure allergica.

Inoltre, sempre in base alla mia esperienza diretta, posso dire che l’istruzione universitaria, a prescindere dal lavoro che si sceglierà o si sarà costretti a scegliere (io avrei tanto voluto fare il presidente del mondo ma, ahimè, ho dovuto ripiegare su un banalissimo lavoro da impiegata), mi ha aiutata più di ogni altra esperienza a crescere come persona, ad acquisire autostima e consapevolezza, nonché a fare cazzate muovermi nel mondo e nella vita. Inoltre, le amicizie e le conoscenza fatte durante gli anni di studio forsennato sono quelle che portano nella tua vita gente pazza, strana, personaggi di dubbio gusto e, a volte, amici veri, che ti capiscono e con cui hai molto in comune, fosse anche solo le ore passate davanti al distributore di caffè di facoltà.


Non importa se ho rinunciato a feste, vacanze e serate pazze per laurearmi, sono convinta che ne sia valsa la pena, anche se l’ultima volta che ho usato i miei studi di semiotica è stata quando un autotrasportatore polacco inferocito voleva buttarmi la scrivania per aria ed io sono riuscita a placarlo con il sapiente uso della prossemica (sì, lo so che ricorda molto una scena di King Kong). 

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