Ho letto un articolo che sosteneva, con dati e statistiche,
che a guadagnare di più non sono i laureati. Colpo di grazia per la già misera
considerazione dell’istruzione in un Paese che non investe né nella scuola, né
nella cultura in generale.
Eppure io davvero non riesco a considerare gli anni passati
sui libri come inutili, non importa quanti sondaggi, statistiche o grafici mi
sottopongano.
La penso così, principalmente, perché non ho mai visto lo studio,
la scuola e la cultura come strumenti per ottenere un lavoro o guadagnare dei
soldi. La scuola è effettivamente uno dei posti in cui si possono acquisire
delle competenze ed una formazione che è possibile spendere in un impiego e,
quindi, guadagnare dei soldi, ma credo che vederla così a senso unico sia
davvero riduttivo.
Per quanto mi riguarda, farsi una cultura, non importa dove
o come questo accada, è fondamentalmente una questione formativa, un modo
imprescindibile per plasmarsi come individuo ed acquisire degli strumenti che
ci permettano di stare al mondo con consapevolezza e non come balle di fieno
pronte a spostarsi dove tira più forte il vento, tanto più che sono pure
allergica.
Inoltre, sempre in base alla mia esperienza diretta, posso
dire che l’istruzione universitaria, a prescindere dal lavoro che si sceglierà
o si sarà costretti a scegliere (io avrei tanto voluto fare il presidente del
mondo ma, ahimè, ho dovuto ripiegare su un banalissimo lavoro da impiegata), mi
ha aiutata più di ogni altra esperienza a crescere come persona, ad acquisire
autostima e consapevolezza, nonché a fare cazzate muovermi nel mondo e
nella vita. Inoltre, le amicizie e le conoscenza fatte durante gli anni di studio forsennato sono quelle che portano nella tua vita gente pazza, strana, personaggi di dubbio gusto e, a volte, amici veri, che ti capiscono e con cui hai molto in comune, fosse anche solo le ore passate davanti al distributore di caffè di facoltà.
Non importa se ho rinunciato a feste, vacanze e serate pazze
per laurearmi, sono convinta che ne sia valsa la pena, anche se l’ultima volta
che ho usato i miei studi di semiotica è stata quando un autotrasportatore
polacco inferocito voleva buttarmi la scrivania per aria ed io sono riuscita a
placarlo con il sapiente uso della prossemica (sì, lo so che ricorda molto una
scena di King Kong).
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