mercoledì 27 maggio 2015

It's the destiny that we met

Io sono una che ama vedere posti nuovi. Sto molto bene a casa mia, ma mi piace uscire dall'Italia e scoprire i luoghi, le usanze, i sapori e gli odori di altri Paesi.
Oggi ripensavo ad una scena alla quale ho avuto modo di assistere qualche tempo fa durante un viaggio all'estero.
Mi trovavo in una capitale europea e, dopo il classico tour per i luoghi di interesse culturale, girovagavo senza meta per il centro.
Camminando, mi sono imbattuta in una di quelle strade che si trovano in tutte le città, la tipica strada con i negozi delle griffe più famose.
Tutto normale quindi, sabato pomeriggio, passeggiata a guardare vetrine di negozi in cui non mi farebbero mai nemmeno entrare e, senza volerlo, mi trovo accanto una coppia.
Un uomo e una donna.
Lei: alta, mora, giovane, capello lungo, cappottino, calza velata nonostante i pochi gradi e scarpa di vernice col tacco. Ripeto. Scarpa- di- vernice- col- tacco. Io sono femmina e sono verghiana, per cui si sa che ho il gusto del dettaglio, ma tutte le donne sanno che, dopo le scarpette di cristallo di Cenerentola, quelle che fanno più male ai piedi sono le scarpe di vernice.
Sono quelle scarpe che ti avvicinano a paradiso; sì, perchè se le porti per una serata intera hai già scontato gran parte dei tuoi peccati.
Insomma, lei un animale da letto in versione combattimento estremo.
Lui: basso, grassoccio, calvo col riporto, di almeno 20 anni più vecchio. Praticamente un incrocio tra Danny Devito e una polpetta.
Ora, mi pare chiaro -anche senza aver studiato psicologia- che, affinchè una donna di quel tipo si interessi ad un uomo siffatto, questi deve avere o una grande personalità (e per "grande personalità" intendo "organo a canne") o un grande conto in banca.
Insomma, lei e lui mano nella mano, si fermano "casualmente" davanti alla vetrina di un negozio di borse costose come quadri di Renoir. Si guardano teneramente negli occhi e, come nelle commedie romantiche con Jennifer Lopez, lei lo bacia, ma lui non si trasforma in principe.
Poi mi accorgo che, mentre si sfiorano le labbra, il viso di lei mostra un ribrezzo che poche volte ho visto in vita mia. Segno che l'ipotesi dell'organo a canne è da scartare.
A suggello di questo gesto così "spontaneo" lei pronuncia le seguenti parole in un inglese che non è la sua lingua madre: "It's the destiny that we met", ovvero, "E' il destino che ci ha fatto incontrare".
Di fronte ad una dichiarazione d'amore di tale portata, il signorotto con la cravatta non ha altra opzione se non spalancare alla sua bella la porta del negozio con la L e la V scritte grandi per omaggiarla di un presente che, a occhio, gli sarà costato come tutti i mobili di casa mia.
Ma come è possibile, dico io, giovane ed ingenua fanciulla, che esistano donne disposte a millantare sentimenti in cambio di un oggetto? Allora non sono solo stereotipi messi in giro da uomini maschilisti e senza scrupoli!
In un attimo ho visto disintegrarsi per combustione spontanea volumi e volumi sull'emancipazione femminile e sulla parità dei diritti.
Che cosa significa tutto questo? Che ognuno ha diritto di usare i mezzi che ha per raggiungere una qualche forma di potere o che la società in cui viviamo impedisce alle donne di farsi largo negli stessi sentieri battuti dagli uomini e, di conseguenza, queste sono constrette a ricorrere ad altre strategie per colpire dove il nemico è più debole?
Il corpo è davvero mio? E chi lo gestisce, chi offre la merce o chi la compra? Dove sta il confine tra "il fine giustifica i mezzi" e il prezzo da pagare?
Viaggiare aiuta, ti insegna a farti mille domande che non ti saresti mai posta nella torre d'avorio delle tue certezze di moralità cartacea.

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